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Il fondatore di Allbirds, Tim Brown, ha tutto sotto controllo

Il fondatore di Allbirds, Tim Brown, ha tutto sotto controllo

L'orgoglioso neozelandese, ex calciatore e innovatore nel settore delle calzature, parla di semplicità, sostenibilità e stile…

Tim Brown ha sempre saputo fare gioco di squadra. Ancora adolescente, mentre cresceva in Nuova Zelanda, il suo talento fu notato ben presto: agile centrocampista, venne ingaggiato dai Miramar Rangers, uno dei club calcistici più titolati del Paese. Da lì arrivarono le convocazioni e i biglietti aerei: un periodo in Virginia, un altro nel Nuovo Galles del Sud e una costante ascesa nel mondo del calcio. Al suo ritorno in patria, Brown fu nominato vicecapitano del Wellington Phoenix FC e, in alcune occasioni, indossò persino la fascia di capitano della nazionale, gli «All Whites».

Ma quando il fischio finale pose fine alla sua carriera professionistica, l’istinto di Brown per la collaborazione — per la condivisione di ambizioni e successi — non venne meno. Circa dieci anni fa, grazie a un fortunato incrocio di destini, incontrò Joey Zwillinger, un ingegnere californiano appassionato di tematiche ambientali. Tra i due scattò subito l’intesa e, poco dopo, fondarono Allbirds: un’azienda di calzature basata sulla sostenibilità, sulla semplicità e su un pizzico di sobrietà neozelandese.

Oggi, collegato via Zoom dalla sua Nuova Zelanda, Brown riflette con pacatezza su come i primi anni trascorsi nello sport — durante i quali ha imparato il valore della fiducia, della chiarezza e dell'impegno collettivo — abbiano plasmato il marchio. Nel calcio, afferma, tutti conoscono il proprio ruolo e le proprie responsabilità; le linee sono tracciate chiaramente. Nel mondo degli affari, le cose sono meno definite, anche se il principio fondamentale rimane lo stesso: si può vincere solo facendo squadra.

«Anche se», ammette Brown, «nel mondo degli affari le cose possono essere un po’ meno chiare. Non sapere chi prende una decisione può essere fonte di frustrazione. Nello sport è più semplice, perché di solito si tratta di un gruppo di appena 15-20 persone; trasferire questo modello su scala aziendale è difficile».

Tim Brown and Joey Zwillinger (photography by Cayce Clifford)

La carriera sportiva di Brown lo portò anche a stretto contatto con il mondo dell’abbigliamento sportivo moderno. Sponsorizzato da un certo colosso con il baffo, ebbe modo di sperimentare in prima persona molti dei problemi del settore. «Le scarpe erano fin troppo elaborate, piene di loghi. Sul mercato mancavano prodotti semplici. Ma, a quanto pare, creare qualcosa di semplice è davvero, davvero difficile. Anche la comodità è forse il motivo principale per cui si comprano le scarpe, ma spesso viene associata alla bruttezza».

La soluzione è arrivata in modo naturale, in tutti i sensi. «Venendo dalla terra delle pecore, mi sono reso conto che la lana offriva un’opportunità fino ad allora trascurata», spiega. Dopotutto, la lana è parte integrante della storia stessa della Nuova Zelanda. Brown ricorda le uniformi scolastiche di lana e non ha mai dimenticato un articolo di rivista letto vent’anni fa nel suo appartamento di Wellington, dedicato al declino dell’industria laniera del Paese.

«Ma, guarda un po’, c’è una crescente consapevolezza dei pericoli della plastica», afferma Brown. «Le persone stanno dicendo “basta” e stanno tornando alla natura. E, se valorizzata e lavorata nel modo giusto, la natura può offrire prodotti migliori. La lana, per esempio, assorbe l’umidità e regola la temperatura. È una fibra miracolosa».

Anche il fascino narrativo non sfugge a Brown. Ammette che «avrebbe giovato alla storia» se fosse cresciuto in un allevamento di pecore, ma essere neozelandese è già sufficiente. Dopotutto, afferma che le due esportazioni più famose del suo Paese sono gli All Blacks — e le pecore. «E oggi la lana occupa un posto di primo piano nel mercato del lusso ed è sempre più importante nella moda maschile e nell’abbigliamento sportivo, nonostante, francamente, sia stata promossa in modo pessimo. Ma la lana sta tornando alla ribalta. Nessuno fa il tifo per la plastica.»

Il nome del marchio richiama un'osservazione fatta dai primi coloni della Nuova Zelanda, che al loro arrivo si ritrovarono in una terra di «soli uccelli». Ma appare quanto mai appropriato, vista la naturalezza con cui le scarpe sembrano spiccare il volo. La struttura leggera, le suole flessibili e le cuciture ridotte al minimo conferiscono ai modelli un'ergonomia straordinaria. Eppure, la funzionalità non mette mai del tutto in secondo piano lo stile: a regnare è il minimalismo. «Tolgo sempre i loghi dalle cose», ride Brown, «e scucio tutto. Abbiamo sempre definito il nostro approccio al design “la giusta dose di niente”».

Brown è giunto a questa filosofia progettuale negli Stati Uniti, mentre studiava all’University of Cincinnati College of Design — «una scuola molto austera, ispirata al Bauhaus». E, dopo aver firmato un contratto da professionista, trascorreva le trasferte con la squadra disegnando bozzetti di scarpe sui voli a lungo raggio. La progettazione, afferma, è sempre stata nel suo DNA. «Ma progettazione con la “p” minuscola», aggiunge.

"La lana sta tornando in auge. Nessuno fa il tifo per la plastica…"

Brown e Zwillinger hanno coltivato questa naturale predisposizione facendo leva sulla loro mentalità di squadra e riunendo un gruppo di designer esperti e collaboratori. Senza dimenticare i fornitori, per materiali come SweetFoam™, derivato dalla canna da zucchero, e TENCEL™ Lyocell. Nel 2016 ha debuttato la Wool Runner, seguita a breve da modelli simbolo del brand come la Dasher e la Tree Runner. Il pubblico ne è rimasto colpito e molti le hanno scelte. Barack Obama ne ha indossato un paio a bordo campo durante una partita di basket della Duke. Matthew McConaughey si è fatto vedere con un altro modello. DiCaprio ha seguito il loro esempio, fino a entrare in Allbirds come investitore nel 2018. Persino l'allora prima ministra della Nuova Zelanda, Jacinda Ardern, si dichiarava una fan.

«Ma per me», dice Brown, «è quando incroci qualcuno che le indossa in aeroporto o per strada. È allora che provo un vero senso di orgoglio, ma anche che mi chiedo: potrebbero essere migliori? È una sensazione che non se ne va. Proprio stamattina ero fuori a correre e ho visto una mamma con sua figlia. Indossava le Dasher. Avrei voluto fermarmi e chiederle cosa ne pensasse, ma non si può. È un atteggiamento tipicamente imprenditoriale: pensare continuamente a come perfezionare o mettere a punto qualcosa. Chiunque stia pensando di avviare un’impresa deve sapere che fa parte del gioco: quel costante bisogno di cercare, impegnarsi e preoccuparsi».

Nel maggio 2023, Brown «si è allontanato dalla prima linea», passando dal ruolo di co-amministratore delegato a quello di responsabile dell’innovazione. Si apriva così un altro capitolo lungimirante e orientato al futuro nella storia in continua evoluzione di Allbirds, un’azienda che non ha mai rinunciato alla promessa originaria di autenticità e semplicità naturale. Ma mentre il marchio continua a crescere, resta una domanda: come potrà Brown preservare lo spirito da start-up?

«Beh, questa è la domanda da un miliardo di dollari!» ride (guarda caso, lo scorso anno Allbirds ha registrato un fatturato di 189 milioni di dollari). «Assumere persone che sappiano quello che fanno. Mettere in atto sistemi e processi. Definire ruoli e responsabilità e non perdere mai lo spirito combattivo che ci ha portati fin qui. Siamo in un momento davvero interessante: abbiamo appena festeggiato il nostro decimo anniversario e stiamo riaffermando con forza ciò in cui crediamo, con la maturità che deriva da un decennio di attività. È un vero privilegio vedere come si sta evolvendo.»

Brown attribuisce gran parte del successo di Allbirds alle sue origini anticonvenzionali. L’azienda è nata dalla curiosità, più che da un rigido piano strategico. Non è nata da un libro di economia aziendale — «anche se in seguito ne ho letti parecchi,» osserva Brown. Sul suo comodino troverete Setting the Table di Danny Meyer, fondatore di Shake Shack, Team of Rivals di Doris Kearns Goodwin, la storia vera di come Abraham Lincoln formò un governo scegliendo tra i suoi più accaniti avversari. «E Shoe Dog, naturalmente», aggiunge, «per la perseveranza, il coraggio e il tempo necessari a costruire qualcosa: aspetti che spesso vengono trascurati a causa della tendenza a concentrarsi sui successi più recenti».

La posizione di Brown è invidiabile — non quella di centrocampista, ma di fondatore di un marchio di successo — forte delle lezioni apprese a caro prezzo e del senno di poi (per non parlare di quegli indispensabili tascabili). Quindi, anche se Allbirds fa tutt’altro, tagliamo corto con i discorsi fumosi e chiediamolo direttamente a Brown: come ha fatto a mettere insieme tutto così bene? E quali insegnamenti vorrebbe trasmettere agli aspiranti imprenditori di oggi?

«Non andate alla ricerca di un problema», dice. «Ascoltate ciò che sentite, in cui credete e che davvero volete fare. Dovete essere estremamente onesti con voi stessi e chiedervi se siete in grado di fare qualcosa e se volete davvero farla. Le persone migliori sono bravissime in una o due cose, ma ce ne sono moltissime altre che non sanno fare. Trovate quindi un cofondatore e, in seguito, un team e dei fornitori di servizi. Non potete fare tutto da soli. È un gioco difficile e, per vincere, serve una combinazione davvero particolare di fiducia in sé stessi, ostinazione, incredibile umiltà e consapevolezza di sé».

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