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Il buon senso dell’orientamento di Ben Stiller

Il buon senso dell’orientamento di Ben Stiller

Ben Stiller has transformed himself from comedy megastar to innovative, introspective – and award-winning – director. Ahead of a new season of Severance, he explains the method in his meticulousness

  • Testo di: Jonathan Wells
  • Fotografia: Jonny Marlow
  • Stylist: Chloe Hartstein

Siamo nel 2004. Tu sei Ben Stiller. A gennaio esce un tuo film. Un altro a marzo. Un altro ancora ad aprile. Poi a giugno. Di nuovo a luglio. E, per non farsi mancare nulla, uno a dicembre. Sei film in dodici mesi, tutti commedie. Tra questi, Dodgeball, Meet the Fockers, Along Came Polly e Starsky & Hutch. Insieme incassano oltre un miliardo di dollari. È un monopolio dei multisala! Un trionfo al botteghino! L'anno prossimo sarai protagonista del primo film di Madagascar. L'anno successivo, del primo film di Night at the Museum. E così via, e così via.

The year 2004, then, was Stiller’s Super Bowl: his highest-flying, fastest-living moment. And yet, in March of that year, at the storybook Chateau Marmont on L.A.’s Sunset Boulevard, he still found time to give a charming, effusive exclusive to The Observer Magazine. It’s a fascinating, insightful interview – made even more so with two decades of hindsight. Why? Because, rather than puffing up his half-dozen new movies to The Observer, a “laid-back and low-key” Stiller spends much of the meet-up discussing small screen matters.

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«Guardavo molta TV», raccontava Stiller, allora trentottenne, in un articolo di The Observer di vent'anni fa (in cui citava anche La famiglia Partridge come la sua serie preferita dell'infanzia e rivelava di aver avuto un debole, ormai svanito, per La donna bionica). «Probabilmente troppa TV. Sai, è come una droga». Nella nostra nuova era delle maratone televisive, queste parole pronunciate quasi per caso sembrano pervase da un'inebriante preveggenza. Ma Stiller è così: sempre vigile, sempre sintonizzato, al passo con i tempi. E forse è anche per questo che, vent'anni dopo (quando, ancora una volta, ha un nuovo film da promuovere), continuiamo a parlare soprattutto di televisione. Questa volta l'argomento è l'enigmatico e straniante thriller psicologico dai toni fluorescenti Scissione, che a gennaio torna su Apple TV+ con la seconda stagione e di cui Stiller è regista. È persino tornato allo Chateau Marmont.

“You know, I saw my first topless woman at the Chateau,” laughs Stiller today (now 59; equally laid-back and low-key). “Really! It was by the pool, and I was probably only about eight years old. I was there with my folks, and this famous American television star, Tony Randall – a very funny man – just pointed her out to me. It’s a ridiculous place, in terms of the crowd that comes in and out, but so many formative moments of my life happened there.”

The legendary hotel exists behind something of a looking glass, at once unmistakable and unbreachable to all but the most capital of A-listers. But that’s why Stiller’s parents held a much-coveted key. Jerry and Anne – better known as Stiller and Meara – were a comedy duo who stood atop American show business for decades. The family, however, lived together in New York, where Stiller’s childhood home was captured on countless rolls of Super 8 film by his father. Stiller was gifted his own camera, a Fujica, when he turned 10, and he’s currently sifting through reel upon reel of old footage for a documentary he is making about his parents. “I’m living in those movies,” says Stiller, “and it’s amazing. They seem to get more and more valuable as I get older, like a window onto the past. They really are something else.”

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Amongst the videos can be found Stiller’s first films as a director – ambitious, choppily edited efforts created with his friends. Together, the teens would return from cinema trips and attempt to recreate blockbusting special effects of the time. Jaws in a bathtub, say. “Or making people disappear. Or even stop-motion animation” says Stiller. “Living where we did, it was a bit rough-and-tumble, and I’d get mugged once in a while. So lots of the movies would also be about kids going out for revenge, beating other kids up.”

When Stiller first saw The Fabelmans, Steven Spielberg’s recent semi-autobiographical drama, it unlocked a long-dormant childhood memory. “I told this to Steven,” he smiles, “that I loved the sound in the movie of the editing process – those little editing machines they had to cut the film. I remember them so well. But I was a less-accomplished Steven Spielberg! I wouldn’t even finish my movies all of the time. But I did make a lot of them...”

«Qui sono avvenuti così tanti momenti fondamentali della mia vita...»

While acting on Broadway (Stiller’s debut came in a 1986 production of The House of Blue Leaves), he even corralled his castmates into filming a short spoof of The Color of Money. Stiller, not for the last time, took on the task of impersonating Tom Cruise. “It was post-college, and I was just trying to figure out what to do,” he says of dreaming up such sketches. “And I wanted to get on Saturday Night Live.”

E ci riuscì. Ma, preferendo preregistrare gli sketch anziché eseguirli dal vivo, l’esperienza di Stiller al SNL durò meno di un mese (durante il quale imitò Bruce Springsteen e, ancora una volta, Tom Cruise). A Los Angeles, però, MTV stava prendendo vita e, nel 1990, arrivò The Ben Stiller Show; durò appena due stagioni, ma in seguito vinse un Emmy per la sceneggiatura e rappresentò un altro momento fondamentale nella formazione di Stiller. «Anche se all’epoca non ero ancora del tutto pronto per la prima serata», dice ridendo. «Imparavamo strada facendo. Ma già allora mi appassionava molto la regia, e MTV era disposta a scommettere su persone con budget ridotti».

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Un gruppo di produttori cinematografici, tra cui Danny DeVito, vide The Ben Stiller Show e decise di voler dare anch’esso una possibilità al regista esordiente. Fu così che Stiller debuttò alla regia di un lungometraggio con Giovani, carini e disoccupati, nel 1994. Con una colonna sonora che includeva brani di Lenny Kravitz, New Order e Squeeze, il film è un susseguirsi di canzoni inserite alla perfezione, tra cui «My Sharona» dei The Knack (che Stiller riuscì ad accaparrarsi sottraendola a Pulp Fiction). «Ricordo anche che volevo “All I Want Is You” degli U2», aggiunge, «e riuscimmo ad averla solo perché Winona [Ryder, la protagonista del film] conosceva Bono. Gli fece semplicemente una telefonata e ottenemmo il brano.»

«Ma [la musica] è potentissima quando viene usata bene da registi come Tarantino o David O. Russell. Ci sono montaggi e sequenze incredibili accompagnati da canzoni». Il film di guerra del 1978 Tornando a casa, afferma Stiller, usa ‘Sympathy for the Devil’ dei Rolling Stones con grande efficacia, tanto che lui stesso ha ripreso il brano per Tropic Thunder, il suo quarto film da regista (dopo Giovani, carini e disoccupati, Il rompiscatole e Zoolander). Riscoperto di recente sulle piattaforme di streaming, Tropic Thunder si è guadagnato oggi una reputazione piuttosto controversa, che all’uscita nel 2008 aveva solo sfiorato. Nel film, un Robert Downey Jr. ancora lontano dall’universo Marvel prende in giro gli attori che seguono il metodo indossando il blackface, una scelta che Stiller ammette essere sempre stata «incredibilmente rischiosa». Eppure, incredibilmente, Downey Jr. ricevette una candidatura all’Oscar per la sua interpretazione.

«E la commedia è sempre stata trascurata nel mondo dei premi», afferma Stiller. «Ma io continuo a difendere quel film perché, per me, l’intento è chiarissimo: prendere in giro gli attori. E dobbiamo poter superare i limiti e correre dei rischi. Altrimenti, quando si dice “no” troppo spesso, quando gli studios e chi prende quelle decisioni continuano a dire “no”, dopo un po’ chi cerca di creare qualcosa perde la volontà di farlo. Smette di provarci. Ecco perché spetta ai creativi continuare a tentare».

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Tom Cruise, afferma Stiller, è un esempio di attore che «ha capito tutto». Anche Cruise compare in Tropic Thunder nei panni di una ripugnante caricatura dalle mani enormi di un potentissimo magnate di Hollywood. Ma aveva già lavorato con Stiller nel 2002, in uno sketch degli MTV Movie Awards ormai celebre su internet, in cui Stiller interpreta la controfigura di Cruise in Mission: Impossible . «Era disposto a spingersi fino a quel punto», annuisce Stiller. «Credo che la maggior parte degli attori seri sappia ridere di sé, e Tom ha sempre avuto questa capacità, riuscendo al contempo a preservare il proprio brand. È stato molto intelligente nel gestirlo.»

Quando Tropic Thunder è arrivato in streaming, Stiller ha chiesto che venisse proposta la versione del regista. «Perché è molto più bella! Ci sono cose che sul momento magari si tende ad accorciare, ma a volte, quando all’epoca facevamo le proiezioni di prova, credo di essermi lasciato condizionare troppo dal desiderio di ottenere un buon punteggio, a causa delle pressioni degli studios. Il bello dello streaming è che oggi offre la possibilità di continuare a far vivere opere che altrimenti resterebbero semplicemente sullo scaffale dei DVD».

In streaming è disponibile anche l’ultima prova d’attore di Stiller, una commedia natalizia dolce come una caramella su Hulu intitolata Nutcrackers – il suo primo ruolo da protagonista dopo oltre sette anni. Nel film, Mike, lo stacanovista interpretato da Stiller, viene catapultato in una fattoria dell’Ohio rurale per prendersi cura dei suoi quattro nipoti indisciplinati, rimasti orfani dopo la recente morte della sorella e del cognato in un incidente stradale. È un delicato richiamo ai personaggi fin troppo rigidi che caratterizzavano i primi lavori di Stiller. C’è un po’ del suo vessato Ti presento i miei protagonista, Greg Focker. C’è un accenno al Chas Tenenbaum in lutto interpretato da Stiller nel fondamentale film di Wes Anderson, I Tenenbaum. Nel personaggio c’è persino qualcosa del goffo ma determinato Ted Stroehmann di Tutti pazzi per Mary. Ma con una sfumatura più struggente.

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Perché questo è uno Stiller nuovo. Uno Stiller ancora qui. Lo Stiller di oggi è un’annata pregiata, un uomo maturato. È la bottiglia migliore dello Chateau, un interprete completo e con i piedi per terra, che ha smussato gli spigoli più sfacciati e volgari della sua comicità. Oggi, invece, è spruzzato di grigio, un po’ più rilassato: più lento, ma più acuto. Gli ultimi vent’anni gli hanno fatto vedere la vita attraverso una nuova lente, mettendola felicemente a fuoco. Anche la pausa dai ruoli da protagonista (l’ultimo, nel film del 2017 Brad’s Status, lo ha visto diretto da The White Lotus Mike White) gli ha fatto bene.

«C’è stato un momento, dopo Zoolander 2», racconta Stiller a proposito del suo sequel del 2016, che non ottenne il successo sperato, «in cui non era piaciuto praticamente a nessuno, e per me non era un bel periodo. Le cose nella mia vita non andavano bene, ma dipendeva più da me che da altro. Eppure finì per condizionare il mio modo di vedere le cose. Così cercavo di capire cosa fare. Credo che, se quel film fosse andato bene, a un certo punto avrebbero potuto dire: “Facciamo [Zoolander] 3”. Ma non arrivava nessuna proposta. Davvero, nessuna.»

Così Stiller si fermò. Mise tutto in pausa e si chiese: cosa dovrei fare adesso? Cosa voglio fare? Cosa mi rende davvero felice? «E mi sono reso conto», racconta, «che per un po’ non volevo dirigere e recitare contemporaneamente». Passò quindi più decisamente dietro la macchina da presa, iniziando a lavorare alla serie crime Escape at Dannemora (anch’essa approdata di recente su Netflix). Basata su un’evasione realmente avvenuta, la serie fu acclamata all’uscita e la regia di Stiller gli valse persino un premio della Directors Guild of America. «Non ho idea del perché abbia vinto!» ride. «È stata una soddisfazione incredibile, una sensazione bellissima. Ma ogni volta che ti metti in gioco cerchi di fare del tuo meglio. In qualsiasi processo creativo c’è sempre quella domanda: verrà bene oppure no? Il punto, però, è che non puoi controllarlo. Devi solo buttarti e provarci. Quindi, per me, realizzarla è stato incredibilmente divertente e non ho avvertito alcuna pressione; ho provato soltanto il piacere di poter lavorare su quella scala e a quella storia. E ogni singolo giorno è stato davvero un processo piacevole».

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Stiller ha trovato una nuova casa nell'industria televisiva, ma si affretta ad aggiungere che il grande schermo sarà sempre il suo primo amore. «Ho sempre amato il cinema», dice, «anche se ieri sera parlavo con mia figlia e mi ha raccontato che una sua amica non riesce più a guardare i film perché sono “troppo lunghi”. Quindi è davvero cambiato tutto, capisci? I social media hanno inciso molto sulla capacità di attenzione. Però la narrazione lunga in televisione è interessante. Considero le serie come se fossero dei piccoli film, capisci?»

Il che ci porta direttamente nel mondo rivestito di moquette di Severance. Stiller dirige e produce la serie di successo di Apple TV+, che segue un gruppo di impiegati i cui cervelli sono stati chirurgicamente separati tra vita lavorativa e vita privata. È una storia che manda in tilt la mente, abbastanza allucinante da confonderti se non presti attenzione a ogni svolta inaspettata e a ogni passaggio fortemente stilizzato. Diversi anni fa, il Covid ha rinviato le riprese della prima stagione. La scorsa estate, lo sciopero della SAG-AFTRA ha interrotto la produzione della seconda. Ma la squadra ha superato la difficile prova del secondo capitolo – evitando il calo tipico della seconda stagione – ed è pronta a tornare nel 2025.

“It’s mostly about trying to keep the DNA of the show,” says Stiller of Severance’s return, “and that’s something that I think gets affected, in a way, when people watch the show. You’re trying to stick with what people feel they’re connecting with. And, while we’re not adjusting it based off people’s tweets or anything like that, it is amazing to have that engagement with the fans, and to hear people pick up on different things. Some people connect to the production design, some people to the humour, some people to the mystery of what’s going on. But, for me, it’s just about figuring out how to expand, not staying in one place with the show and expanding our horizons – leaning into the things that only this premise can do.”

«Dobbiamo assolutamente riportare la comicità...»

The second season opens with the ‘ping!’ of Adam Scott’s hassled protagonist emerging from a lift, before he frantically takes off along the bright white, Kubrick-coded halls of the show’s setting, Lumon Industries. It’s an arresting sequence, one that grabs you by your Lumon lanyard and doesn’t let go. “We wanted to do something really special to kick off the season,” Stiller says of the opening. “To ratchet it up. That’s the fun thing about getting to work on a second season – everybody’s got a rhythm going with each other, and you can figure out what to do to push the boundaries.”

This meant reaching into the toybox, and pulling out the ‘bolt arm’, a “computerised motion control arm” that Stiller first saw used in the 2020 remake of The Invisible Man. They made a previs of the Severance sequence, he explains, then broke it up into over a dozen pieces that they’d seamlessly reconnect in post. It’s technical talk, but there’s a certain vim and vitality to Stiller when discussing direction that keeps you engaged. Perhaps it’s the performer in him, but his every note and explanation whips along like tightly written dialogue. ‘Director’ is a character Stiller inhabits with ease; his speeches of re-shoots and storyboards like soliloquies. Listen closely, and you can almost hear that Spielbergian film cutter clicking away behind his eyes. “Well I’m much more comfortable as a director,” he says of this professional happy place. “I don’t consider myself a showrunner-type of person. I feel that I can best express myself by directing.”

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Stiller ha diverse opzioni per il suo prossimo progetto da regista. Una è il documentario sui suoi genitori. Un’altra è un film sul primo americano a vincere il Tour de France. Una terza potrebbe essere persino un adattamento del podcast Bag Man, che raccontava l’audace insabbiamento delle tangenti ricevute dal vicepresidente Spiro Agnew mentre era alla Casa Bianca. «Mi sembrava un tema di grande attualità», afferma Stiller, «e probabilmente lo rimarrà ancora per un po’.»

But there’s also more acting to come. Stiller recently bristled up some attention with a (sadly fake) horseshoe moustache in New York while filming legacy sequel Happy Gilmore 2. He’ll star as literary titan Norman Mailer in true crime story Belly of the Beast alongside Colin Farrell’s real-life, long-time convict. And he’s also producing The Dink, a sports comedy about competitive pickleball in which he plays a small role – alongside Andy Roddick and John McEnroe. “That one’s really fun,” he says, “like a comedy from back in the 2000s. A flat-out comedy. And I just feel as though, lately – and maybe this is since doing Nutcrackers – that for all the tension and strife in the world, for all the divisiveness, that something in me is just enjoying jumping in and doing comedy. Because it seems like now is a time that people can appreciate it. We definitely need to bring it back in the movies.”

C’è un’altra commedia sportiva che potrebbe offrire proprio questo. Dal 2013, a Hollywood si rincorrono le voci su un certo sequel con Stiller, seguito di uno di quella mezza dozzina di film usciti nel 2004 e di una delle diverse pellicole in cui ha recitato insieme a Christine Taylor, sua moglie da 24 anni.

But does he know anything about Dodgeball 2? “Not on my end,” says Stiller. “I think they might be trying to make it, but I’m waiting for the day that Rawson Thurber, the writ- er-director of Dodgeball, calls up and says: Hey,I have an idea and I want to do it. I would love to work with Vince [Vaughn] again, I think he’s a genius – and one of the funniest people ever. But I feel like that was Rawson’s baby. And not every movie has to have a sequel. But if Rawson felt that he had an idea and wanted to do it, then I would jump in.”

Per ora, però, Stiller è felice della posizione in cui si trova. È felice di dirigere, produrre e spingersi oltre i propri limiti come regista, sul piccolo e sul grande schermo. Quando stava girando I sogni segreti di Walter Mitty, il suo quinto film da regista, avvertì per la prima volta un barlume di questa immersione totale, la sua dimensione creativa ideale. «Ricordo», racconta, «che mentre giravo quel film ci ero davvero dentro. Ogni brano musicale che ascoltavo, tutto ciò che guardavo o a cui pensavo riguardava il film. E credo che il bello dell’essere immersi nel processo creativo, quando si sta realizzando qualcosa, sia proprio il fatto di essere in sintonia e di cercare di convogliare tutta quell’energia nel progetto a cui si sta lavorando. Credo che sia questa la gioia della creatività. È davvero un dono poter dedicare il proprio tempo a questo».

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È una prospettiva sana e molto proficua, di quelle che sicuramente arrivano con l’età. Fa anche tornare in mente qualcosa che uno Stiller più giovane disse in quell’intervista di decenni fa per The Observer Magazine. «Mi hanno detto che tendo a essere un po’ ossessivo», aveva ammesso. «Ma sto cercando di non esserlo più. Sono un ossessivo in via di guarigione». A giudicare dallo Stiller di oggi, si può dire che sia guarito. Può essere impaziente, a volte fin troppo entusiasta, forse persino emotivo quando descrive i progetti che gli stanno a cuore. Ma non ossessivo.

L’anno, dunque, è il 2024. Sei Ben Stiller. Hai una commedia agrodolce, ammantata di neve, attualmente disponibile in streaming. A gennaio, la seconda stagione della tua acclamata serie televisiva sarà presentata al suo entusiasta pubblico internazionale. Poco dopo, inizierai a ricostruire la storia della vita dei tuoi genitori. Il lavoro non manca ed è più gratificante che mai. E, dopo decenni trascorsi a sfidare le convenzioni e a correre rischi, hai imparato a fidarti del tuo intuito.

Grazie a...

Tecnico luci: Ram Gibson

Assistente fotografo: Trevor Smith

Grooming: Natalia Bruschi

Sarto: David Viato

Assistente di stile: Bin Nguyen

Production: Freya Anderson

Location: Chateau Marmont, Los Angeles

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This feature was taken from our Winter 2024 issue. Read more about it here...

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