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Una lunga dose di Willem Dafoe

Una lunga dose di Willem Dafoe

L'attore pluripremiato è un mix complesso. Qui parla di allunaggi, combattimenti con la spada e del suo ruolo in un nuovo cortometraggio di Laphroaig...

Sono passati sei anni dall’ultima volta che ho parlato con Willem Dafoe. All’epoca, parlammo di angeli e accenti, diavoli e dubbi — mentre fuori dalla finestra le esplosioni sfrecciavano e crepitavano. A Londra era la notte di Guy Fawkes, ma il susseguirsi delle vivaci osservazioni di Dafoe riusciva a tenere testa ai fuochi d’artificio, botto dopo botto. Oggi, tra noi aleggia di nuovo del fumo, ma di tutt’altro aroma. Questa volta, infatti, l’attore sta descrivendo un bicchierino di quello scotch così intensamente torbato, Laphroaig.

L'inconfondibile volto di Dafoe è l'ultimo protagonista della serie «Unphorgettable», tuttora in corso, della distilleria fondata 240 anni fa. Una scelta azzeccata, perché l'attore non è soltanto una presenza assolutamente unica davanti alla macchina da presa, ma, a quanto pare, anche nel laboratorio di miscelazione. Insieme a Sarah Dowling, senior whisky blender, l'attore ha recentemente creato un whisky in edizione limitata che uscirà il prossimo anno, dopo un breve periodo di maturazione. È un distillato intriso di note saline e dolci, ma con un tocco di fumo inaspettatamente leggero.

«È stata questa la sorpresa più grande», racconta Dafoe a proposito del processo. «Perché ho sempre pensato che mi piacessero whisky molto torbati e affumicati, sapete? Qualcosa di deciso! Ma la verità — e non l’ho capito finché non mi hanno guidato passo dopo passo — è che, a volte, se l’affumicatura è troppo intensa, può coprire le note più delicate. Così, durante la degustazione, ho iniziato a capire che quelle sfumature più sottili emergevano solo con un po’ meno affumicatura e un po’ meno torba».

Dafoe, per sua stessa ammissione, non è un gran bevitore, eppure il whisky sarebbe sempre la sua bevanda alcolica preferita (senza ghiaccio, naturalmente). Ma c’era da aspettarselo: ce l’ha nel sangue. Tra i malti genetici che compongono la miscela della sua famiglia, Dafoe presenta note di ascendenza tedesca, irlandese e franco-svizzera. Sua nonna, tuttavia, era scozzese e la prima volta che lasciò gli Stati Uniti, il suo Paese natale, fu per un viaggio a Glasgow. I suoi genitori, invece, erano americani fino al midollo. «Repubblicani alla Eisenhower», conferma Dafoe con un cenno del capo.

«Persone buone, dolci, laboriose e timorate di Dio», aggiunge. «Ma, anche se conduco una vita diversa dalla loro, da loro ho imparato una certa etica del lavoro. Ho imparato il valore dell’umiltà e l’importanza della compassione. Erano persone dolci. Davvero, davvero dolci.»

Nell’ambito della collaborazione con Laphroaig, l’attore ha attinto alla propria infanzia: nulla di così lineare come il whisky, naturalmente, ma piuttosto il ricordo delle prime manifestazioni del suo talento narrativo e della sua intraprendenza. Dafoe, infatti, amava l’avventura fin da bambino, e uno dei suoi ricordi più indelebili riguarda una spedizione che organizzò nell’armadio della sua cameretta.

«Ricordo l’emozione fortissima che provavo guardando i primi allunaggi», racconta l’attore, «osservando gli astronauti confinati in una capsula. E, da bambino, naturalmente mi chiedevo: potrei farlo anch’io? Che sensazione si proverebbe? La cosa che più si avvicinava a quell’esperienza era restare per due giorni nell’armadio della mia stanza. Certo, in realtà probabilmente non ci sono rimasto molto a lungo, ma l’impulso c’era. E qualcuno potrebbe trovarlo strano, ma erano i primi segnali del desiderio di creare situazioni che mi mettessero alla prova, una sorta di esercizio di performance art».

Non sarebbe stata l’ultima volta che il guardaroba di Dafoe avrebbe lasciato il segno. Che si tratti dei suoi completi da red carpet o dei look d’avanguardia sfoggiati sul grande schermo, l’attore avrà anche compiuto da poco 70 anni, ma continua a far girare la testa con il suo stile — anche se non tenterebbe mai di definirlo o incasellarlo.

«Forse è proprio questo il mio stile!» ride. «Ma no, lascio che siano gli altri a definirlo. Ci sono cose che mi piacciono molto, ma altre con cui non mi sento proprio a mio agio. Insomma, sono un attore, quindi apprezzo i costumi. Ma, allo stesso tempo, cerco di non preoccuparmi troppo dell’immagine che trasmetto o di ciò che la gente pensa di me al di fuori del mio lavoro. Come chiunque, mi lascio guidare dalla comodità — e da stili che non rivelino troppo chi sono.»

«Cerco di non preoccuparmi troppo dell’immagine che trasmetto...»

A questo pensano in gran parte i suoi personaggi. Dafoe recita da quasi mezzo secolo, ha all’attivo oltre 150 film e il suo repertorio di personaggi è vario, intenso e ricco di sfumature quanto una buona collezione di whisky. Con ruoli in Platoon e Nato il quattro luglio, sul suo scaffale non mancano interpretazioni audaci, roboanti e tipicamente americane, ma ci sono anche le tonalità più fresche, floreali e pastello dei suoi lavori con Wes Anderson, oltre alle collaborazioni più cupe e complesse con l’autore horror Robert Eggers. In un ruolo relativamente recente, nell’acclamato film di Yorgos Lanthimos Povere creature!, Dafoe ha persino interpretato per la prima volta un abitante di Glasgow.

Ma il suo ultimo ruolo ha portato Dafoe nella Scozia più rurale, per girare un cortometraggio per Laphroaig. Intitolato The Taste, è un film breve opportunamente astratto ed eccentrico, all'insegna del minimalismo, con set monocromatici e una narrazione fatta di scioglilingua. Per distillare l'essenza dello spirito dell'attore, la distilleria si è rivolta al leggendario regista Tim Pope, il visionario autore degli iconici videoclip di David Bowie, Paul Weller e Iggy Pop. Ma Dafoe si trova a suo agio anche in questo mondo: sua moglie da 20 anni, Giada Colagrande, propone la sua world music contemporanea dalle sonorità groove con il nome d'arte AGADEZ. Dafoe racconta che proprio oggi ascoltava «Tefnut», un brano tratto dal suo ultimo album, Queendoms Unplugged. «È un concept album sulle dee», spiega, «e ogni brano è dedicato a una dea di una cultura diversa».

Anche l’ultimo film visto da Dafoe era italiano. Agon è l’opera prima di Giulio Bertelli, che ha presentato il film alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno. «È il racconto di fantasia di tre aspiranti atlete», afferma Dafoe, «e mi è piaciuto parecchio. Mi ha davvero sorpreso, soprattutto perché era composto da tre storie e di solito non amo questa struttura, ma lui è riuscito a intrecciarle magnificamente. Ha esplorato a fondo l’aspetto umano, il prezzo da pagare, il lato in parte oscuro e le difficoltà dell’essere atleti al giorno d’oggi».

Non sorprende che anche Dafoe sia attualmente impegnato sul set. La sua produttività è sempre stata impareggiabile: sei film in uscita quest’anno, cinque l’anno scorso e sette l’anno precedente. I dettagli del progetto a cui sta lavorando — per il quale la sua folta barba spettinata contrasta con i baffi ben curati che portava per Laphroiag — sono ancora top secret. L’attore rivela però che la settimana a venire sarà ricca di duelli con la spada e cavalcate. «Due cose che adoro fare!». Sono inoltre abilità che può aggiungere a un elenco già lungo e straordinario, che comprende l’aver imparato a lavorare a maglia per The Lighthouse e l’aver perfezionato la pittura postimpressionista per la sua interpretazione di Vincent van Gogh, candidata all’Oscar.

Dafoe, dunque, è un arco ben teso. Ma, per quanto l’attore sia unico nel suo genere, e più inconfondibile di un single malt, non pensa spesso alla propria immagine pubblica. E, che stia provando le battute, versando un whisky o legando il proprio nome a una distilleria leggendaria (proveniente da una delle sue numerose terre d’origine ancestrali), non si sofferma mai a pensare a come verrà ricordato.

«Non puoi pensare a queste cose», dice. «Davvero, non puoi. Devi disciplinarti per non preoccuparti del risultato e, invece, tenere gli occhi puntati sull’obiettivo. E l’obiettivo è il processo, il fare, il coinvolgimento. Non voglio fare il saputello, ma credo davvero che, se pensi a come vorresti essere ricordato, allora non stai vivendo. Perché il futuro non esiste. Il futuro si costruisce nel presente».

Scopri di più sulla collaborazione di Willem Dafoe con Laphroaig qui.

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