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Le Grand Bellevue è l'essenza di Gstaad

Le Grand Bellevue è l'essenza di Gstaad

Un luogo accogliente e tranquillo, l'hotel più discreto di Gstaad ricorda l'elegante dimora di un vecchio amico

Gstaad. È Gsempre Gstupefacente. Già solo la pronuncia della parola sembra rivelare qualcosa di importante su questo luogo: una consonante che pare fare una piccola scrollata di spalle, con aria complice. Shhhtaaad. È una parola impossibile da gridare a squarciagola. Ovattata come una valle ammantata di neve. Morbida e leggera come il cashmere per neonati.

A questo proposito: sto cercando disperatamente di evitare, parlando del villaggio, l’abusata espressione di moda «lusso discreto», perché persino le espressioni di moda fanno troppo rumore. Ma Gstaad combina davvero queste due cose con naturale disinvoltura. Il luogo più famoso di Gstaad, per esempio, è anche, necessariamente, il meno famoso: l’Eagle Ski Club, avvolto in una sorta di omertà alpina. A meno che non vi siate entrati allegramente con passo pesante, immergendovi nella sua atmosfera da ricconi dopo una discesa in picchiata dal Wasserngrat, è uno degli ultimi ignoti ignoti dell’ospitalità. Semplicemente, non si sa ciò che non si sa di questo luogo.

L’hotel più tranquillo (e più incantevole) di Gstaad, invece, è senza dubbio Le Grand Bellevue, una sorta di animale guida della cittadina, immerso in un tratto di parco privato lontano dal viale principale. Vivace, eppure discreto. Può un tripudio essere sobrio? L’hotel fu costruito nel 1912 in una sorta di stile alpino d’alta quota, con un ripido tetto a padiglione e una piacevole simmetria; i piani si innalzano fieri, impilati come un ottimo strudel, nelle tonalità della vaniglia, della panna e della crema pasticcera.

È un luogo caldo e tranquillo, e varcare la soglia della hall è un po’ come tornare a trovare un vecchio amico nella sua splendida casa di campagna (uno che, a dire il vero, ha fatto fortuna e ora sfoggia un’infinità di capi Brunello con collo a scialle). Caminetti scoppiettanti, divani profondi, tappeti spessi e, soprattutto, una tazzina di cioccolata calda accompagnata da un biscottino, servita mentre si viene guidati attraverso un check-in senza intoppi. Più tardi, quella sera, accomodati sui profondi divani accanto al camino della fornitissima biblioteca, abbiamo ascoltato un elegante gruppo jazz suonare i grandi classici, mentre una neve soffice come petali si posava sui davanzali.

Al piano superiore, le camere sono altrettanto splendide: legni pregiati, colori caldi e ogni elemento avvolto da una morbidezza spessa e rassicurante. È proprio il genere di luogo che si desidera trovare dopo una lunga giornata trascorsa ad affrontare le piste blu. Particolarmente consigliate sono le camere collegate alla torre circolare nell’ala dell’edificio: dalle loro finestre si gode di un panorama a 270 gradi sulla valle e, più in alto, sulle guglie illuminate, in stile gotico festoso, del The Palace, l’elemento più caratteristico del profilo di Gstaad. Il mio sguardo, tuttavia, fu attirato da una piccola baita di tronchi ai margini del parco dell’hotel, con le finestre tinte d’arancio dal bagliore del fuoco e un sottile pennacchio di fumo profumato che si levava dal camino.

Avrei presto scoperto che questo è Le Petit Chalet, uno dei ristoranti più amati del Grand Bellevue, con appena 18 posti raccolti attorno al caldo bagliore del focolare. La sua specialità è la fonduta nello stile dell’Oberland Bernese: quell’oro giallo su cui si potrebbero costruire intere economie. Qui la fonduta «moitié-moitié» è la vera protagonista: un connubio in parti uguali di Vacherin e Gruyère, ravvivato dalle note minerali di un vino bianco locale della vicina Chasselas.

Nel frattempo, all’interno dell’hotel, il ristorante principale, Leonard’s, coniuga la raffinata eleganza della cucina locale con il brio italiano, il tutto in un’invitante sala da pranzo dalle luci soffuse. Rimane particolarmente impresso uno splendido risotto, «Le Caramelle», con bocconcini di guancia di vitello brasata adagiati su zucca Hokkaido e un coulis di formaggio Lenker Bergbleu. E poi una torta di mele, servita con una generosa cucchiaiata di lucida panna doppia color avorio della Gruyère. Questo dessert è forse la quintessenza del lusso discreto, quell’aborrita espressione che gli abitanti di Gstaad chiamerebbero semplicemente «vivere». I migliori ingredienti, nel posto migliore, con la migliore compagnia. E due cucchiaini. Delizioso, come sempre.

Le Grand Bellevue, naturalmente, significa «la grande e splendida vista»: un riferimento, ne sono certo, allo straordinario panorama sulle Alpi Bernesi che si apre davanti all’hotel. Dopo dieci minuti qui, però, appare chiaro che la bellezza non è solo fuori.

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