
L'attore di Slow Horses Kadiff Kirwan: «Nella televisione britannica manca la rappresentazione queer»
Kadiff Kirwan si racconta a Gentleman's Journal, parlando della sua infanzia e della sua posizione sulle storie queer nei media britannici
- Testo di: Zak Maoui
Kadiff Kirwan is taking a much deserved, albeit short, break when we catch up. "I've escaped the UK and I'm getting some down time in Barcelona," the 35-year-old actor tells me via Zoom from his Airbnb apartment in the Catalonian city. It's been a busy year for Kirwan, who has just wrapped promo for season four of Apple TV+'s Slow Horses, alongside Gary Oldman and Kristen Scott Thomas. "We shoot two seasons back to back, and so we were at the Emmys for season three recently, and then season four came out on TV so we had to promote that. As soon as we wrapped I was straight to the airport."
Slow Horses vede Kirwan vestire i panni di Marcus Longridge, uno dei personaggi più amati dal pubblico, che insieme a Oldman fa parte di una squadra di agenti dell'intelligence britannica in servizio presso una divisione dell'MI5 chiamata Slough House. La serie è una delle migliori produzioni realizzate da Apple TV+ negli ultimi anni e attualmente vanta l'ambito punteggio del 98% su Rotten Tomatoes; quest'anno si è inoltre aggiudicata un Emmy Award per la miglior sceneggiatura di una serie drammatica. Kirwan ha anche trascorso l'estate sul palco del National Theatre in The Hot Wing King, una commedia sulla famiglia, la mascolinità nera e la sessualità, in cui interpreta Cordell e che, a suo dire, lo ha toccato molto da vicino.
Kirwan, attore professionista da oltre dieci anni con alle spalle numerosi ruoli nella televisione britannica, ha rischiato di non mettere mai piede davanti a una telecamera. È nato a Montserrat, «una minuscola isola» che, quando ci viveva, contava al massimo circa 14.000 abitanti. «Sono rimasto lì fino all'età di sei anni, poi il vulcano, che era dormiente, eruttò», racconta. «Fui prelevato da scuola in elicottero e portato nella parte settentrionale dell'isola, da dove potevamo vedere la lava scorrere lungo il fianco del vulcano. Il giorno dopo tornammo a scuola, che era ricoperta di cenere e fuliggine.»
Poco dopo, i suoi genitori, oggi scomparsi, decisero di trasferirsi ad Antigua, per poi scegliere di spingersi ancora più lontano e stabilirsi in Gran Bretagna. «Il vulcano, che è qualcosa di davvero mostruoso, si è trasformato in una benedizione», spiega. «Se fossi rimasto a Montserrat, di certo non sarei diventato un attore. Non avrei avuto accesso all'arte e alle forme di espressione che hanno fatto parte della mia vita finora. Ero portato per i numeri, quindi probabilmente avrei intrapreso la carriera di contabile. Lì la recitazione non è davvero contemplata.»
Il desiderio di diventare attore procedeva segretamente di pari passo con qualcos’altro che Kirwan teneva nascosto: la sua sessualità. «Montserrat non è aperta alla vita queer. Non ricordo di aver mai incontrato una sola persona queer», racconta. «Sono cresciuto in un ambiente estremamente religioso, come avventista, una confessione del cristianesimo. Ci svegliavamo alle cinque del mattino, prima di andare a scuola, per un’ora di studio della Bibbia, e poi frequentavamo una scuola avventista. Era piuttosto opprimente. Per quanto la religione sia bella e colma di amore e gioia, emarginava anche le persone queer e chiunque fosse considerato diverso».
Trasferirsi a Preston, nel Lancashire, lo ha aiutato nel suo percorso. «Ricordo di aver visto Jon [Lee] negli S Club 7 e di aver pensato: “Oh, credo che sia gay”. E poi, vedendolo circondato dai fan, ho capito che essere queer era davvero una figata. Trasferirmi nel Regno Unito ed entrare in contatto con altre persone che vivevano liberamente a modo loro mi ha dato un po’ più di coraggio». Ciononostante, Kirwan continuava ad avere delle difficoltà. «A scuola mi comportavo un po’ male, ma ripensandoci ora so che era perché la mia vita familiare mi faceva sentire soffocato. E adesso riconosco che nasceva dall’amore, perché la famiglia non vuole mai che tu ti faccia notare per i motivi sbagliati, ma sento comunque che era come se avessi un collare stretto al collo».
La recitazione e la scoperta della propria identità queer andarono di pari passo. «Quando ero al nono anno avevo un’insegnante di teatro che mi stava continuamente addosso perché voleva che scegliessi teatro per il GCSE: pensava che non fosse soltanto un ottimo modo per esprimermi, ma anche per scoprire altre sfumature», racconta con emozione. «Pamela Hayward Connor. È venuta a vedere praticamente tutto ciò che ho fatto. Mi ha cambiato la vita. Senza di lei credo che la mia vita sarebbe un po’ diversa, molto più tranquilla. Sapevo di essere queer, ma non potevo dirlo a nessuno. Cominciai a fare teatro, ma quasi di nascosto. Partecipavo alla produzione scolastica di Bugsy Malone, ma giocavo anche nella squadra di basket. Così non dissi niente a nessuno e, la sera della prima, mentre salivo sul palco, guardai verso il fondo della platea e vidi tutti i miei amici lì a fare il tifo per me. In quel momento capii che era questo ciò che volevo fare.»
Kirwan ha poi studiato alla Central School of Speech and Drama, nel nord di Londra. «Quando frequentavo la scuola di recitazione, mio padre pensava che fossi all’università a studiare contabilità. Mia madre sapeva che studiavo recitazione, ma lui no». Poco dopo ha fatto coming out e, come per la maggior parte dei millennial queer, è stato un momento cruciale della sua vita. «Ho sempre pensato che dire alle persone che amavo di essere gay mi avrebbe portato a perderle», racconta, spiegando che alla fine è stato suo fratello a dirglielo con nonchalance, cosa di cui gli è grato. «Ma non mi rendevo conto che non era così. È stato un grande cambiamento, ma ce l’abbiamo fatta. Entrambi i miei genitori sono morti sapendo esattamente chi sono e mi hanno accettato per quello che sono».
Da allora, Kirwan ha abbracciato pienamente sia la propria sessualità sia la propria carriera. Ha recitato nelle produzioni di ITV Timewasters e The Stranger, oltre che a teatro al fianco di Cynthia Erivo in Sister Act e di Michaela Coel in Home. Questo gli ha permesso di ottenere il ruolo di Aaron nella serie comica vincitrice di un BAFTA Chewing Gum. «Chewing Gum è il mio punto di riferimento assoluto. Era davvero avanti rispetto ai suoi tempi. Audace, sincera e divertente. Michaela e io ci siamo conosciuti due anni prima della sua uscita, al National, durante uno spettacolo teatrale intitolato Home, e lei mi ha chiesto se volessi fare un provino. Ho sostenuto quattro audizioni: mi ha fatto sudare sette camicie. Ero in lizza per due personaggi, ma per fortuna ho ottenuto la parte».
C’è stato anche un ruolo molto acclamato in Fleabag, in cui interpreta Anthony, un parrucchiere queer. «Fleabag è arrivato mentre stavo girando Timewasters, e io e Phoebe Waller-Bridge avevamo gli stessi agenti; mi ha chiesto se volessi partecipare a una breve scena. È assurdo che quella scena sia ormai diventata un fenomeno. L’Anthony di “I capelli SONO tutto” è entrato nel lessico della cultura pop».
È stato un periodo estremamente intenso per Kirwan. Da che ha memoria, non ha mai smesso di lavorare, ottenendo ruoli di grande prestigio subito dopo la scuola di recitazione. Ora che ha un po’ di tempo libero, sta pensando di provare qualcosa di diverso. «Sto scrivendo una commedia drammatica tutta mia e al momento BBC Studios mi ha commissionato una serie intitolata Plan B», racconta. «È una storia queer su un gruppo di amici alle prese con la genitorialità, ma non nel senso tradizionale del termine. Parla di identità e dell’essere queer. E ruota attorno a una domanda: solo perché si può diventare genitori, significa che si debba farlo? È una storia per la nostra generazione, nata da un’esperienza che ho vissuto.»
Ora che ha superato i trentacinque anni, Kirwan è consapevole che la sua esperienza della vita queer viene mostrata raramente in televisione. «Nel Regno Unito la rappresentazione queer è decisamente insufficiente», afferma con tono risoluto. «Soprattutto quella delle persone queer nere. Siamo sempre lì in funzione di qualcun altro, come spalla comica, oppure restiamo ai margini. L’esperienza umana non è uguale per tutti e l’essere queer è naturale. Basta guardare la natura: tutti i cani e i gatti sono gay. Tutti sono queer. E questo deve essere mostrato e celebrato».
È un'affermazione più che legittima. Siamo d'accordo sul fatto che, tra le serie televisive queer volutamente introspettive presenti nei media mainstream, se ne possano citare solo una manciata. «Ci sono 45.000 serie poliziesche e una o due serie queer. Ci sono It’s A Sin, Queer as Folk e Years and Years, quest'ultima fino a un certo punto. Una cosa che dovremmo fare nel Regno Unito e che non è ancora stata fatta sarebbe una versione di Looking, la serie americana della HBO che racconta l'esperienza delle persone queer della nostra età, dai 26 ai 45 anni. La vita può prendere qualsiasi direzione e sarebbe bello avere una serie che racconti la quotidianità così com'è, le amicizie queer, le persone che vivono la propria vita. Credo che nel Regno Unito tendiamo a rifarci alla versione americana, ma mi piacerebbe molto partecipare a qualcosa del genere. Non vedo l'ora che ne venga realizzata una versione. Per quanto Heartstopper sia bellissima, e sono davvero felice che esista, c'è una generazione di persone che non ha la possibilità di vedersi rappresentata così in TV. Adoro la serie, ma non riesco a immedesimarmici perché non ho vissuto l'esperienza di essere un giovane ragazzo queer come accade oggi a tanti. Allora non ho avuto la possibilità di essere chi sono.»
«Ora è questo il ruolo dei miei sogni: voglio fare qualcosa di davvero vivace e variopinto, per poi cambiare completamente registro e fare qualcosa di molto cupo, come un dramma sentimentale super eterosessuale. Voglio davvero entrare nella testa delle persone»
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