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In che modo la recitazione è simile al cricket?

Perché prendere posizione sul set è come scendere in campo per battere

Nel cuore del cricket si cela un paradosso. Questo sport complesso è il gioco di squadra per eccellenza. Eppure, è anche un'impresa profondamente individuale. Perché la partita possa svolgersi servono un lanciatore, un wicket-keeper, due arbitri, un segnapunti, nove giocatori di movimento disposti nelle più svariate posizioni, due serie di paletti, due battitori muniti di protezioni e una palla realizzata con un particolare tipo di cuoio, con uno specifico motivo di cuciture intrecciato sulla superficie. Eppure, la verità è che tutto questo sforzo collettivo passa in secondo piano quando ha inizio la vera battaglia: quella della mente.

In pochi sport un attimo di distrazione può porre fine alla tua giornata di gioco in modo tanto devastante. Quando un battitore perde il wicket, il lento rientro dal campo è accompagnato dalle voci nella sua testa, che gli ripetono come avrebbe dovuto giocare diversamente. Ancora e ancora: «Non era quella la palla da colpire», oppure «Avresti dovuto resistere fino alla fine del turno di quel lanciatore e aspettare lo spinner».

E ora veniamo alla mia precaria professione. Non sono, caro lettore, un giocatore di cricket. Ci gioco? Sì: 51 punti senza essere eliminato, a nove anni, resta il mio record personale. Da adulto, come giocatore di club, sono capace di mettere insieme in apnea 10 o 20 punti, seguiti da due tesissimi over di pessimi lanci lenti con il braccio sinistro. Ogni tanto mi viene regalato un wicket. Ma più che giocare, studio questo sport, divorandone quantità immense. Ne esamino ogni dettaglio, dal macro al micro, l'abbigliamento, la storia, il lento dolore del cambiamento.

E più ne so, meno capisco. Ho esattamente il tipo di cervello sbagliato per questa ossessione, come un uomo senza mani fissato con l'idea di suonare il pianoforte. La mia capacità di comprendere i numeri è penosa. Ancora oggi devo guardare due o tre volte ogni volta che vedo un tabellino. Le posizioni in campo che dovrebbero essermi familiari mi lasciano perplesso, anche se magari ci ho già giocato, forse nella partita precedente, forse per un'intera stagione. «È come il gully, ma un po' più verso i 45 gradi», suggeriva gentilmente qualcuno, e io non potevo far altro che annuire, ancora più confuso di prima.

È davvero sorprendente che una persona che ha seguito ogni formato del cricket maschile e femminile, ha giocato in tournée e ha letto l'opera omnia di CLR James (per non parlare dell'autobiografia di Phil Tufnell, sulla quale meno si dice, meglio è) possa ancora non avere un'idea concreta di come funzioni davvero.

Per me, quindi, il cricket svolge anche un'altra funzione. È una sublime parabola attraverso cui osservo la mia vita. Nel mio lavoro quotidiano, realizzando programmi televisivi e film, anch'io faccio parte di una squadra enorme e dalle molteplici sfaccettature. Quando entro su un set cinematografico, provo un'immensa gioia nel vedere quante persone lavorino tutte per lo stesso obiettivo. La prima persona che vedo è l'autista della produzione, fuori dalla mia porta alle cinque del mattino, nella penombra dei lampioni. Quando arrivo in un luogo, spesso sperduto, il reparto location avrà già allestito una piccola roulotte suddivisa in tre scomparti.

Gli addetti al catering saranno al lavoro sulla colazione fin dalle quattro del mattino. Il reparto costumi mi fornisce gli abiti adatti alla scena di questa mattina, gli aiuto registi fanno sì che tutto proceda secondo i tempi previsti, mentre il reparto scenografia e gli elettricisti avranno sollevato e montato splendide luci e decorazioni, capaci di far sembrare una cattedrale anche lo spazio più modesto. E ora l’attenzione si concentra sul mio spazio. Incastonata accanto ai macchinisti e agli assistenti di fuoco del reparto macchina da presa, vicino al fonico con il microfono ad asta, sul pavimento c’è una striscia di nastro adesivo arancione lunga quindici centimetri. Quello è il mio segno e, dopo aver parlato con il regista delle complessità di ciò che speriamo di ottenere in questa scena, cala il silenzio e centinaia di occhi si volgono verso di me e verso quella striscia di nastro adesivo sul pavimento. È lì che devo piantare i piedi, e l’angolazione del mio sguardo deve essere perfetta al centimetro per cogliere la luce nel modo giusto e trasmettere l’emozione esatta attraverso parole sulle quali lo sceneggiatore potrebbe essersi tormentato per dieci anni.

È in questi momenti, fermo sulla mia rincorsa, che immagino di essere Jimmy Anderson, anche lui al punto di partenza della rincorsa, intento a isolarsi da ogni distrazione la mattina di un test match. Forse sto rientrando da un infortunio e voglio dimostrare al pubblico ammutolito dello stadio gremito che il mio corpo funziona ancora; che, quando il campo è un po’ verde e la palla è nuova, riesco ancora a farla rientrare, poi uscire e infine rientrare di nuovo. Quando la montagna di pressione sembra insormontabile, ripeto a me stesso che sono Jimmy Anderson e che quei 500 wicket nei test non possono mentire.

Se non forzo, non vado a caccia di wicket e mi fido della mia tecnica, allora la palla prenderà effetto. «Stop!» gridano, «Facciamone un’altra», così sento la palla nella mano, torno al mio punto di partenza e prego che la prossima mi riesca bene. La vita sul set nei panni del più grande lanciatore inglese di tutti i tempi è lontana anni luce dalla guerriglia dei provini, che è il modo in cui gli attori trascorrono gran parte del loro tempo. Un attore è fortunato se passa metà dell’anno, o più, a fare davvero il proprio lavoro. Il resto del tempo lo trascorre incontrando direttori del casting e produttori e sostenendo provini per ruoli che, con ogni probabilità, non otterrà mai. È qui che mi ritrovo con le protezioni addosso e una mazza in mano. Conosco fin troppo bene il tormento interiore di Jonathan Trott nel 2015, poco prima che decidesse di ritirarsi dal cricket internazionale.

So cosa si prova a entrare in una stanza e percepire soltanto indifferenza o ostilità da parte di chi ti sta di fronte. Le voci nella tua testa ti ricordano tutti i fallimenti che ti hanno portato fin qui. Le battute sbagliate. I difetti della tua tecnica di cui parlano tutti. Questo direttore del casting mi odia, le indicazioni di questo regista sono pessime. Cerca di ricordare i fondamentali. Guarda la palla, non dimenticare di tenere gli occhi sulla palla. Mentre sorridi e stringi la mano a persone con cui non lavorerai mai, cerca soltanto di guardare la palla. Non complicare le cose: occhi allineati, testa verso la palla. Non dimenticare di muovere i piedi.

Ogni scena a un provino è come trovarsi di fronte a un nuovo lanciatore che non hai mai visto prima. Cerca solo di reagire, gioca ogni palla per quello che vale, fidati del tuo istinto, non esagerare, non trattenerti troppo, non dimenticare di ascoltare, non dimenticare di sbattere le palpebre. Per l’amor di Dio, cerca solo di essere bravo. Non lasciarti distrarre dal produttore che scorre le e-mail sul telefono. Non lasciarti scoraggiare dalle quattro persone sedute fuori dalla porta che sono identiche a te. Capisci quanto le probabilità siano contro di te.

A volte sembra che tutti non aspettino altro che il momento in cui sbagli. La sillaba biascicata, l'accento che tradisce — e poi senti il colpo secco dei paletti e, guardandoti alle spalle, li vedi a terra. Così cerchi di giocare la tua partita migliore, di superare te stesso — anche quando hai la testa piena di dubbi e ti sembra di non vedere e sentire altro che il fallimento.

Sono stato tutti i battitori, ma soprattutto i più soli, quelli che faticano a ritrovare la forma e il cui smalto sembra appannarsi. Quelli che scendono in campo per sfidare i critici, per dimostrare a se stessi di essere ancora capaci di farcela, quando le statistiche dicono il contrario.

Mentre scrivo queste righe in una camera d’albergo, sto scarabocchiando sul retro di vecchie scene usate per i provini. Non ricordo nemmeno da quanto tempo queste pagine siano nella mia valigia, né chi abbia ottenuto la parte, né se lo spettacolo fosse valido. Non ottengo il novanta per cento dei lavori per cui faccio un provino, e sono uno dei fortunati. Il fallimento è il mio compagno inseparabile; il mio cervello professionale è fatto del tessuto cicatriziale lasciato dal responsabile della programmazione che non mi riteneva abbastanza carismatico, dai produttori che non mi consideravano una garanzia d’incassi e dallo sceneggiatore che pose il veto su di me perché preferiva l’altro attore. Eppure, rendendo omaggio al coraggio del signor Trott e degli altri, continuo ad avanzare per prendere posizione al crease e affrontare un altro over lanciato da un fast bowler sconosciuto. «La guardia al centro, per favore, arbitro.»

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