
Graydon Carter sui tweet di Trump, le note spese degli anni Novanta e la capacità di resistere nell'era dei media digitali
Il nuovo memoir del leggendario direttore è un delizioso resoconto dell'età d'oro delle riviste – e una guida all'arte di vivere bene, ancora oggi
- Testo di: Joseph Bullmore
Noël Coward disse una volta che «lavorare è più divertente che divertirsi». Ho sempre pensato che dipendesse molto dal tipo di lavoro. E dal tipo di divertimento. E anche, a pensarci bene, dal fatto che siate o meno Noël Coward.
Graydon Carter non è Noël Coward. È Graydon Carter, il che forse è ancora più divertente. Nell'arco di mezzo secolo è stato, in momenti diversi, direttore di Spy, del New York Observer, di Vanity Fair e ora condirettore di Air Mail. Ha prodotto documentari e organizzato feste famose in tutto il mondo. È proprietario del Waverly Inn, nel West Village di Manhattan, dove ancora ogni sera decide la disposizione dei tavoli del ristorante. Consiglia il pasticcio di pollo.
Il suo nuovo libro di memorie, Quando le cose andavano bene, rimanda a una raccolta di saggi di viaggio di Evelyn Waugh, ma anche allo scintillante periodo d’oro delle riviste e dei vecchi media. Anzi, forse al periodo d’oro di ogni cosa. Divorando il libro nei panni di un direttore di rivista nel 2025, si prova l’inquietante sensazione di essere arrivati alla festa con il proprio abito migliore – i capelli ben pettinati con la riga, una bottiglia sotto il braccio, un paio di aneddoti messi a punto – solo per trovare la sala deserta, le luci al massimo e il Krug che si guasta sul tavolino da caffè.
Photograph by Nikolai Von Bismarck
In molti punti del libro ho annotato un punto esclamativo a margine. I passaggi ambientati a Vanity Fair negli anni Novanta e nei primi anni Duemila ne sono costellati. Sessanta voli sul Concorde all’anno. Assistenti con altri assistenti incaricati di gestire i loro assistenti. Un’esperta di sopracciglia praticamente sotto contratto con la redazione. Un autista in ogni città. Auto con conducente (esiste forse un tipo di automobile più piacevole?) ovunque. Raffinatissimi bagni privati negli uffici personali. Ogni poche ore, una donna vestita da cameriera inglese passava a preparare il caffè fresco. «Ai collaboratori venivano inviati fiori con una frequenza sbalorditiva», scrive Carter, «a volte anche solo per aver consegnato un articolo in tempo». L’azienda concedeva ai dirigenti prestiti senza interessi per acquistare case o appartamenti. «La foto del mio passaporto l’ha scattata Annie Leibovitz!» scrive Carter, aggiungendo un punto esclamativo tutto suo. «Questo, in sostanza, era Vanity Fair», conclude. «I più giovani non potrebbero mai capire le storie sulle note spese di quell’epoca, perché tutto questo è scomparso con la Grande Recessione, nel 2008». (Il primo giorno della mia vita lavorativa capitò proprio il 15 settembre di quell’anno, la mattina in cui Lehman Brothers dichiarò bancarotta.)
«Era un po’ come la storia della rana bollita», dice oggi Carter di quei giorni d’oro, mentre parliamo in videochiamata all’inizio di marzo. «In un certo senso ci si fa l’abitudine. Quando arrivai, pensai: “Mio Dio! Non riuscivo a crederci”». Il budget per il catering destinato alla sola troupe durante un servizio di copertina di Annie Leibovitz superava l’intero budget editoriale di un numero di Spy – la rivista con cui Carter e il suo condirettore Kurt Andersen si fecero un nome negli anni Ottanta. «Fu come passare da un ostello della gioventù a un albergo a cinque stelle», scrive a proposito della propria carriera. (E di alberghi ce ne furono parecchi: The Connaught, The Ritz, Hotel Bel Air, Hotel du Cap-Eden-Roc.) Ma tanta prodigalità, sottolinea oggi Carter, «funzionava solo se avevi successo e facevi guadagnare l’azienda. E produrre Vanity Fair costava molto, ma per anni ha generato profitti. Era il mensile più redditizio di Condé Nast e quindi probabilmente uno dei mensili più redditizi al mondo. In alcuni numeri avevamo più di 300 pagine di pubblicità, a quasi 100.000 dollari a pagina. Era dunque enormemente redditizio». (Calcolo fatto su un tovagliolino da cocktail: 30 milioni di dollari di ricavi pubblicitari per numero.)
Carter during his last day in the office of the New York Observer, 1992. Photograph by Dafydd Jones
È più che comprensibile. Il lavoro può essere più divertente del divertimento stesso, quando funziona davvero. Così si divora il libro non con risentimento generazionale (anche se oggi il sentore di appartamenti nell’Upper East Side da 43.000 dollari potrebbe irritare chiunque, a qualsiasi età), ma con una sorta di meraviglia a occhi spalancati. Turismo della nostalgia. A rendere tutto ancora più facile contribuisce la luce calda e luminosa del mattino di Manhattan in cui Carter immerge storie e aneddoti, per non parlare della naturale autoironia che accomuna tutti i bravi narratori. «In qualche modo, nel mio caso, nonostante i tanti contrattempi e con una buona dose di fortuna lungo il cammino, alla fine tutto è andato per il verso giusto», scrive.
Un altro elemento che aiuta è il tono picaresco del libro e della carriera dello stesso Carter. Le cose andavano bene, ma di rado seguivano un percorso lineare. Non mancano avventure e disavventure, eroi, cattivi e «fiuto per le buone occasioni», come direbbero i furfanti di PG Wodehouse. In un certo senso, curiosamente, infonde speranza. Oggi è facile immaginare che Graydon Carter sia venuto al mondo con un Martini in mano e una citazione di Dorothy Parker sulle labbra. Un bambino disinvolto, con una tutina da smoking in velluto e un ciuffo di capelli bianchi in testa simile a un gelato soft. In realtà, però, è cresciuto in un sobborgo di Ottawa, in Canada, un luogo dove l’hockey su ghiaccio era una religione e «tutti avevano una storia di congelamento da raccontare». Crescendo, scrive Carter, «a volte temevo di essere destinato a diventare poco più che uno di quegli uomini senza volto né nome, semplici comparse nella vita migliore di qualcun altro».
«Ero il candidato meno popolare che si potesse mai presentare davanti a loro. Quell'incarico era avvelenato...»
«Non sapevo nulla fino a quando non ho compiuto circa 19 o 20 anni», racconta oggi. «Nessuna ambizione. Nessuna passione, a parte l’hockey, lo sci, la musica e la lettura». Ma amava le riviste ed era un bravo disegnatore, così ben presto divenne direttore artistico e in seguito direttore responsabile di una rivista chiamata The Canadian Review mentre frequentava l’università. «La rivista era davvero ben fatta, considerando che nessuno sapeva cosa stesse facendo, ma oggettivamente non era poi così buona», racconta oggi. Nel 2025, la sua tiratura di circa 50.000 copie farebbe piangere molte riviste nazionali. «Sì, era sorprendentemente alta, ma la rivista non smise mai di perdere denaro», afferma Carter. «E dopo tre anni, alla fine, esaurimmo semplicemente i fondi».
Prima di allora, Carter aveva lavorato per sei mesi come addetto alle linee telegrafiche delle ferrovie canadesi. «In Canada era una sorta di tradizione che i genitori della classe media mandassero i figli a fare esperienza», racconta. «Eravamo bianchi e viziati». Il primo giorno notò una tabella che indicava ai lavoratori quanto avrebbero ricevuto come risarcimento per gli arti persi sul lavoro. Per una gamba spettavano 500 dollari. «Così trascorsi sei mesi ad arrampicarmi sui pali del telegrafo nelle zone più remote del Canada occidentale, vivendo in un vagone merci dove quasi tutti gli altri membri della squadra avevano piccoli precedenti penali. Ma fu una delle esperienze più belle della mia vita», racconta. «E, come si è poi rivelato, uno dei miei lavori preferiti».
«In realtà, credo che in un certo senso mi abbia reso più forte… Grazie a quell’esperienza, riesco a parlare praticamente con chiunque. Mi divertivo molto con gli altri ragazzi nel vagone merci. Dormivamo in letti a castello. Mi ha temprato», racconta. «E sopravvivere nel mondo delle riviste per oltre mezzo secolo – quando ho iniziato ero uno dei direttori più giovani e ora credo di essere probabilmente uno dei più anziani – non è stato certo privo di ostacoli». Il suo ultimo giorno sui binari, al crepuscolo, un treno rallentò mentre passava e, attraverso un finestrino illuminato da una luce soffusa, Carter scorse una bella coppia che sorseggiava cocktail. «Una cosa la sapevo», scrive: «Volevo trovarmi dall’altra parte di quel finestrino».
Carter at the Vanity Fair Oscar's Party, 1997. Photograph by Dafydd Jones
E così, dopo The Canadian Review, Carter si trasferì a New York, al centro dell'universo. Ci furono ostacoli, poi le prime alture e, più tardi, le scintillanti vette olimpiche di Vanity Fair e oltre. Ma prima ci fu un periodo presso la rivista Time , allora all'apice del suo potere. «Aveva un successo enorme, una tiratura vastissima ed esercitava una grande influenza», dice Carter della pubblicazione in cui iniziò a lavorare alla fine degli anni Settanta, poco dopo essersi trasferito a New York. «A quei tempi, Time aveva un suo realismo magico», scrive, e nei passaggi ambientati lì si avverte senz'altro una meraviglia degna di Willy Wonka. Enormi tubi pneumatici risucchiavano da un piano all'altro proiettili d'artiglieria pieni di testi. In fondo a ogni corridoio c'era un bar e «il personale in uniforme portava la cena (con tanto di vino) negli uffici dei redattori».
«Era meraviglioso», racconta Carter. «Avevamo conti spese praticamente illimitati. Era un gruppo di persone molto intelligenti, riunite tutte insieme, che stavano cominciando a trovare la propria strada. E moltissime di loro sono poi diventate direttori di riviste, vincitori del premio Pulitzer, produttori di prestigio, editorialisti».
Una di queste persone molto intelligenti era Kurt Andersen. «Kurt se la cavava molto bene a Time, mentre io annaspavo», racconta Carter, «ma al tempo stesso avevamo una sensibilità simile. Eravamo buoni amici ed era il socio perfetto per me». Durante le pause pranzo e nelle sale giochi della città, i due iniziarono a immaginare un nuovo tipo di rivista. Una pubblicazione capace di cogliere le peculiarità della vita nella New York degli anni Ottanta, dominata dalle spalline: un’isola popolata da nuove specie esotiche e superpredatori che, secondo i fondatori di Spy, richiedevano una sorta di tassonomia o guida sul campo. O, in alcuni casi, un fucile a dardi.
Spy fu lanciata nel 1986 con lo slogan «divertente, spiritosa, impavida», e mi è sempre piaciuta questa distinzione tra divertente e spiritosa. (Quante persone spiritose conoscete che in realtà sono piuttosto impegnative? E quante persone amanti del divertimento conoscete che sono stranamente prive di senso dell’umorismo?) Sembrava proprio azzeccato: la rivista era spiritosa in un modo in cui molte serie riviste americane non lo erano (una delle prime grandi fonti d’ispirazione fu Private Eye), eppure aveva un senso del gioco sfrenato che risultava estremamente accattivante. «Ci siamo divertiti un mondo», scrive. Era anche bella da vedere, con caratteri raffinati e impaginazioni eleganti che conferivano un tocco sofisticato alle buffonate.
Ma è l’aspetto impavido a risultare oggi più intrigante, in un’epoca in cui alla maggior parte delle frecciate e delle stroncature si risponde con linciaggi sui social media o con rovinose cause legali intentate dall’alto. Carter e Anderson – forti di quel punto di vista a metà tra l’esterno e l’interno, il canadese e il nebraskano a New York – provocavano ogni mese alcune delle persone più potenti della città. Una delle loro armi distintive era l’uso di epiteti ricorrenti e micidiali. Donald Trump (su di lui torneremo più avanti, in tutti i sensi) era un «volgare individuo dalle dita corte», per via delle sue manine curate e minuscole. Laurence Tisch divenne un «miliardario nano e villano». E, con la definizione più splendida di tutte, Henry Kissinger divenne un «criminale di guerra mondano». All’epoca si sentivano davvero impavidi?
With Diana Princess of Wales, Serpentine Gallery Gala, 1994. Photograph by Dafydd Jones
«Stranamente, non eravamo poi così in ansia», racconta Carter. «Voglio dire, cercavamo di scegliere con cura i nostri soggetti. Eravamo sulla trentina, e a quell’età si è molto diversi da come si diventa a quaranta o cinquant’anni. Ce la prendemmo anche con il The New York Times, che allora era il centro dell’intero universo intellettuale newyorkese. Ogni mese scrivevamo dei suoi redattori, facendoli un po’ impazzire. E quella fu probabilmente la cosa più pericolosa che facessimo con regolarità». Era una pratica, scrive, che di solito equivaleva a «cercarsi la morte professionale certa». Ma gli articoli ebbero anche un’enorme influenza e offrivano uno scorcio irresistibile della vita all’interno della torre d’avorio. «Il giorno in cui usciva la rubrica, al Times il lavoro praticamente si fermava, mentre i giornalisti la fotocopiavano e se la passavano», scrive Carter.
«Ci divertivamo molto anche a prendere in giro persone come Donald Trump, che è diventato un personaggio ricorrente, nonché il cattivo, della mia vita», racconta Carter. Il suo primo scontro con Trump risale a un articolo di copertina che scrisse sul rampollo del settore immobiliare per GQ nel maggio del 1984. Trump lo detestò e mandò quindi i suoi scagnozzi in giro per la città ad acquistare e distruggere tutte le copie che riuscivano a trovare. Si racconta che l'impennata delle vendite in edicola convinse Si Newhouse, proprietario di Condé Nast, che Trump fosse una vera star e che questo fu in parte il motivo per cui nel 1987 diede il via libera, tramite la sua casa editrice Random House, alle memorie di Trump, The Art of the Deal. Al 2025 non si sono registrate ulteriori ripercussioni.
Trump era un costante bersaglio di scherno su Spy, tanto che minacciò ripetutamente di fare causa alla rivista e metteva in giro presso altre testate voci sulla sua imminente chiusura. In risposta, i redattori prepararono un articolo intitolato «Death be Not Short Fingered», per il quale fornirono a un attuario assicurativo «l’altezza, il peso, le abitudini alimentari e l’età» di Trump, racconta Carter. «L’attuario ci diede una stima di quando Trump sarebbe morto. Così avviammo una sorta di conto alla rovescia». Più tardi, quando lavorava a Vanity Fair, mentre Trump si candidava alla presidenza nel 2016, Carter raccolse nel corridoio fuori dal suo ufficio tutti i tweet al vetriolo che Trump aveva pubblicato contro di lui. Scherzava dicendo che era l’unico muro che Trump avesse mai costruito. Il «puro potere dirompente» di Spy ne decretò un successo enorme e pressoché immediato. La rivista, nata per raccontare New York, ampliò presto i propri orizzonti e la propria distribuzione fino a coprire l’intero Paese. Ebbe un successo straordinario. Anzi, fin troppo grande per il suo stesso bene. «I conti proprio non tornavano», scrive Carter. «L’intervallo tra il momento in cui dovevamo spendere il denaro e quello in cui venivamo pagati per la pubblicità e le copie vendute restava ancora troppo ampio». Così, nel 1991, Carter e Andersen cercarono di ottenere da Charles Saatchi e Johnny Pigozzi un’offerta per l’acquisto della società. Il loro intervento salvò la rivista, ma per molti versi segnò la fine della sua preziosa indipendenza editoriale e della sua agilità.
Ben presto, Carter fu ingaggiato per dirigere The Observer, un giornale di Manhattan «di una noia da piangere» che, per qualche motivo, pubblicava una mappa di New York nella seconda pagina di ogni numero. Carter gli diede mordente e vivacità e lo inviò a tutti i direttori e alle persone interessanti che conosceva. Nel frattempo, mentre Si Newhouse passava in rassegna i vari avamposti del suo impero, cominciò a notarne le pagine color salmone sulle scrivanie di molti dei suoi collaboratori.
E così, circa un anno dopo, quando arrivò il momento del consueto rimpasto ai vertici delle testate di Condé Nast, a Newhouse venne l’idea di affidare a Carter la direzione del New Yorker o di Vanity Fair, che Tina Brown aveva rilanciato negli anni Ottanta. Carter disse che non gli sarebbe affatto dispiaciuto assumere la direzione del New Yorker e per diverse settimane sembrò proprio che sarebbe andata così, finché, il giorno dell’annuncio, Newhouse non gli comunicò che l’incarico sarebbe invece andato a Brown e che Carter avrebbe preso le redini di Vanity Fair. La nomina aveva tutta l’aria di essere un calice avvelenato. Dopotutto, Carter aveva trascorso gli ultimi cinque anni a farsi beffe dei pezzi grossi della rivista e il suo arrivo in redazione fu accolto con un misto di sconcerto e livore. «Si percepiva il veleno nei corridoi», scrive.
«Forse ero il candidato meno popolare che avrebbero mai potuto trovarsi davanti», dice oggi Carter, osservando che l’arrivo di un nuovo direttore comportava spesso una rapida epurazione del personale. «In redazione si respirava un clima avvelenato; era un ambiente molto conflittuale. Io preferisco un ambiente collaborativo, collegiale, in cui ci si apprezzi a vicenda. Non amo i drammi. I primi due anni a Vanity Fair furono davvero terribili». Circolavano di continuo voci secondo cui il nuovo direttore sarebbe stato silurato quasi subito. Ogni mattina Carter controllava se il suo nome figurasse ancora nell’elenco all’ingresso della sede di Condé Nast su Madison Avenue. «Era così precaria, ai miei occhi, la mia permanenza a Vanity Fair ».
Carter and John Scanlon at the White house Correspondents dinner, 1994. Photograph by Dafydd Jones
Gli inserzionisti erano scontenti. A quanto pare, i lettori erano «inorriditi» dalle scelte editoriali. «In quei primi giorni e mesi, praticamente tutto andò storto.» E l’ambiente di lavoro era un «covo di vipere».
Dopo due anni di ostilità latenti, Carter licenziò tre elementi particolarmente problematici, tutti nella stessa settimana. A suo dire, avevano scambiato la cortesia per debolezza. «Non avevo mai licenziato così tante persone in vita mia», racconta. «Ma poi le nubi si diradarono e, per i successivi 23 anni, ebbi l’ambiente di lavoro che desideravo.»
Dopo quei difficili esordi, Vanity Fair come lo conosciamo oggi cominciò a prendere forma: un vortice di celebrità scintillanti, scandali succulenti, stanze del potere e amicizie altolocate. La statura e la fama di Carter crebbero di pari passo con il suo caratteristico ciuffo di capelli. Il suo principio era che «se ti prendi cura dei talenti, otterrai un lavoro migliore». E sotto la sua direzione, i talenti della rivista – da Christopher Hitchens (il primo che ingaggiò) a Dominick Dunne, da Annie Leibovitz a Herb Ritts, da AA Gill a Michael Lewis fino a Mario Testino – produssero regolarmente lavori unici, eccellenti e provocatori. Le pagine avevano stile, brio e una visione del mondo consapevole: socievoli, ma mai stucchevoli. Tutto nasceva dalla sensibilità del direttore.
Una delle più grandi innovazioni di Carter fu il Vanity Fair Oscars Party, che per un certo periodo rappresentò la vetta più ambita degli eventi mondani. Era un evento colossale, organizzato con la spietatezza e lo slancio di un colpo di Stato militare, che ogni febbraio calava su Los Angeles con un turbinio di addetti stampa, responsabili delle pubbliche relazioni e organizzatori. «Tutto dipendeva dall'avere più star del cinema per metro quadrato di qualsiasi altra festa al mondo», scrive Carter.
Nel periodo di massimo splendore della festa, la squadra abbatteva l’intera parete posteriore del Morton’s, il ristorante di Los Angeles che ospitava l’evento, per far entrare abbastanza persone. La ricostruivano il giorno dopo. Il responsabile della sicurezza era un ex esperto di antiterrorismo della polizia di New York, un avversario all’altezza dei tanti astuti imbucati che tentavano di intrufolarsi. I furti erano numerosi, e non tutti incoraggiati. Gli organizzatori speravano che gli invitati rubassero i bellissimi posacenere a bassorilievo per esporli sulle scrivanie e sui tavolini da salotto, trasformandoli in pubblicità indiretta e imperitura. Rimasero più sorpresi quando gli ospiti portarono via di nascosto dai bagni flaconi di profumo Dior «grandi come decanter». Una sera, Adrien Brody fu sorpreso a sottrarre una raffinata lampada da tavolo realizzata su misura. «È un gentiluomo, e per di più affascinante, e continua a scusarsi ogni volta che mi vede», scrive Carter.
«Se hai la mia età, non passa giorno senza che tu faccia il conto di quanti anni ti restano»
La festa era la Vanity Fair di Carter fatta realtà. Il suo successo e il suo prestigio riflettevano la supremazia della rivista, ma anche quella dei periodici in generale negli anni Novanta e nei primi anni Duemila. Sappiamo tutti cosa accadde poi al settore: il duplice flagello di Internet e della recessione del 2008 finì per soffocare lentamente il mondo dell’editoria.
Le cose peggiorarono «gradualmente, poi all’improvviso», per dirla con Hemingway. Carter rimase a Vanity Fair per altri nove anni circa, e a volte la rivista sembrava uno degli ultimi baluardi del vecchio mondo. Lanciò rubriche come «The New Establishment», che rispecchiavano i nuovi centri di potere dell’era di internet: la Silicon Valley; i rampanti di Wall Street; la nuova cerchia di Washington; l’ultima schiera di celebrità dell’era digitale. Una storica storia di copertina, preparata con un livello di segretezza militare, rivelò al mondo l’intervento di riassegnazione di genere di Bruce Jenner, diventata Caitlyn Jenner: uno scoop che fece notizia in tutto il mondo e spinse l’allora presidente Barack Obama a pubblicare un tweet di sostegno.
Poi un giorno, mentre si preparava a partire per il New Establishment Summit di Vanity Fair del 2016, Carter ricevette una telefonata da Anna Wintour, da poco nominata direttrice editoriale di Condé Nast. «Con la stessa noncuranza con cui si direbbe a qualcuno di voler cambiare il colore delle tende», scrive Carter, «mi comunicò che ci sarebbero stati alcuni cambiamenti in azienda».
Gli aggiustamenti furono «sconcertanti». Molti reparti della rivista sarebbero confluiti in un’unità centrale di Condé Nast, coinvolgendo «quasi metà del mio personale», scrive Carter. A suo avviso, si trattava di «una mossa inutile e potenzialmente catastrofica», che avrebbe compromesso l’unicità della pubblicazione e la sua integrità giornalistica. Durante un incontro con Wintour, lei decantò le «magnifiche efficienze» del suo piano; Carter «si scaldò un po’» e fece notare che nessuno della redazione era stato consultato in merito. Wintour disse di averne discusso con molte altre persone, perlopiù della Silicon Valley. «E da lì iniziò un lento declino», scrive Carter. «Non sai mai di vivere in un’età dell’oro. Ti rendi conto che lo era solo quando è finita.» Lasciò Condé Nast nel 2017, dopo un quarto di secolo a Vanity Fair. (Da allora, i commentatori dei media si mostrano scettici sulla rilevanza della testata.) Quando si diffuse la notizia del suo addio, alcuni amici videro il suo nome nelle notifiche e pensarono che fosse morto.
Dopo un incarico così prestigioso e totalizzante, molti si sarebbero semplicemente messi comodi a riposare. E per un po’ Carter fece proprio così. Si trasferì nel Sud della Francia per una lunga pausa con la famiglia e si mise a rispondere alle circa 2.000 persone che gli avevano scritto alla notizia del suo ritiro da Vanity Fair. Ma dopo circa un mese trascorso a bighellonare per la Provenza e a fare vasche in piscina, cominciò a sentirsi «un po’ irrequieto». Un giorno, leggendo i giornali locali, gli venne l’idea di una newsletter privata per i suoi amici negli Stati Uniti, che raccogliesse gli articoli migliori e più succosi della stampa europea e internazionale per poi inoltrarglieli. Quella modesta rassegna divenne presto Air Mail, lanciata nell’estate del 2019 come newsletter settimanale di squisita fattura e oggi diventata una realtà editoriale a tutti gli effetti, con un gran numero di abbonati (The New Yorker stima che ne abbia circa 400.000 paganti). In qualche modo è riuscita a portare lo smalto e l’intraprendenza degli anni d’oro nel mondo digitale, spesso poco elegante. Nel 2023, Air Mail organizzò una festa all’Hotel du Cap durante il Festival di Cannes che non aveva nulla da invidiare nemmeno a quelle degli esaltanti anni di Vanity Fair. Le cose non vanno poi così male, neanche oggi. Ma chiedo a Carter perché non abbia deciso di sdraiarsi su una spiaggia da qualche parte a prendere il sole; perché abbia sentito il bisogno di resistere nel brutale mondo delle startup dei media digitali.
Photograph by Nikolai Von Bismarck
«Perché non gioco a tennis e non scio più», dice. «Le ore che si possono trascorrere a leggere in una giornata sono limitate. Amo quello che faccio, probabilmente continuerò finché non crollerò e non riesco a immaginare niente di meglio che essere un direttore vecchio stampo. Anche se faccio questo lavoro, a fasi alterne, da più di mezzo secolo, non è sostanzialmente diverso da quando ho iniziato. Sono solo diventato molto più bravo». Gli racconto che qualche anno prima avevo posto una domanda simile a Johnny Pigozzi, un suo vecchio collaboratore, e che Pigozzi aveva risposto: «Faccio quante più cose possibile per non pensare alla morte».
«È proprio da Johnny», dice Carter. «Tutte le persone sane pensano regolarmente alla morte. Alla mia età, non passa giorno senza che ci si chieda quanti anni restino», dice. «L’altro giorno ero seduto sul letto e ho pensato: “Grazie a Dio non soffro di sentilità”. No: sensilità. No: sensillità», ride. «E mi ci sono voluti 30 secondi per arrivare a “senilità”. Colgo l’ironia del fatto che faccio fatica a ricordare la parola senilità proprio mentre penso di avere la fortuna di non soffrirne…»
«Perciò apprezzo ogni giorno e ogni mattina. Quando mi sveglio penso: “Bene, cosa mi riserva la giornata?”. E poi penso: “Sono davvero fortunato”. Guardo fuori dalla finestra e vedo i tetti di New York…»
Le giornate restano intense e piene. Dirigere Air Mail, afferma, è piacevole quanto qualsiasi altro lavoro abbia mai svolto. «Adoro semplicemente fare il direttore», scrive e, sebbene nelle pagine conclusive del libro scherzi sul fatto che avrebbe potuto benissimo «trasferirsi in Florida» per dedicarsi al golf, preferisce di gran lunga «andare avanti con la vita che ho scelto e che amo». Alla fine delle sue memorie, Carter propone «Alcune regole di vita». Il capitolo raccoglie vari buoni consigli, dall'uso di segnaposto stampati su entrambi i lati alle feste (semplice ma ingegnoso) a come scegliere la persona con cui condividere la vita. (La parola d'ordine è F.I.S.K.: divertente, interessante, intelligente e gentile.) L'ultima regola è «portare sempre con sé un fazzoletto» e Carter elenca 25 motivi per farlo: un allegro richiamo a tempi più garbati. «Quando tutto il resto fallisce», conclude, «è qualcosa da sventolare in aria quando arriva il momento di arrendersi». Ma non ancora.
Prima di parlare con Carter, mi sono imbattuto in una vecchia nota sull’iPhone risalente al 2018, quando avevo appena iniziato a lavorare per Gentleman’s Journal. Riguardava il mix editoriale ideale secondo Carter per un numero della rivista. Oltre a un buon racconto letterario e a uno scandalo dell’alta società, suggeriva di includere «un vero racconto sulla vita di qualcuno». Il motivo, evidenziato in grassetto nella nota, trova conferma in questo libro brillante e ricco e nella carriera che vi è raccontata. «Le grandi vite fanno amare la vita».


